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Collana TASCHINABILI - 2005

Prefazione di Mauro Dal Fior

Giuseppe Manzini

'Na foja

Par ‘l me cor
basta ‘l to respiro
par la libertà
te dono le ale
de i me sogni
e a l’Infinido
sussurarò
le parole
che a ti sola
– nel tempo –
jèra destinade.
Te sì l’ilusion
de ogni giorno
ma come l’aqua
te dè vita
al fior
e come ‘l Sol
te ghe dè color
al griso deserto
al deserto
del me cor.


pp. 108 - 5,00 EURO

Giuseppe Manzini nacque il 1° maggio del 1904 a Verona e morì nel 1975. Conseguì il diploma di geometra e per molti anni lavorò “all’impresa comunale del Gas”. Un felice matrimonio con Mariarosa Puglielli – sorella del noto scultore veronese Vincenzo “Cen” Puglielli. Presidente del gruppo donatori di sangue Il Samaritano. Presidente della sezione di Verona dell’Associazione Artiglieri d’Italia. Il suo amore per la poesia in lingua veronese, ma anche in lingua italiana, durò tutta la vita e lo portò ad ambiti traguardi con riconoscimenti e premi di poesia sia a Verona che nel resto d’Italia.

Giuseppe Manzini era anche un poeta del Cenacolo di Poesia Dialettale Veronese, forse dimenticato troppo in fretta, forse una delle figure non di spicco, ma sempre presente ed attivo, che diede lustro al Circolo e a Verona ricevendo numerosi premi e riconoscimenti anche a livello nazionale. Ricordo che da piccolo mi portava a queste serate – mi pare ai Veterani in via Amanti – e probabilmente da queste serate è nato anche in me il “germe della poesia”. Ricordo i vari Tolo Da Re, Beltrami, Beltramini, Sartori, la giovane Wanda Girardi Castellani e lui – el Bepi come lo chiamavano gli amici – che leggeva la sua straordinaria ‘Na Foja con Berto Barbarani che da “lassù” sorrideva soddisfatto. (...) Subito dopo la morte, avvenuta nel 1975, feci una minuziosa opera di ricerca e restauro delle sue poesie, alcune scritte in foglietti riposti alla rinfusa in una vecchia scatola color verde, altre sparse qua e là nel suo scrittoio battute a macchina oppure scritte a mano. Se non avessi fatto così la sua opera sarebbe stata consegnata alla vacuità del tempo e perduta. Poi riscrissi completamente tutti i testi a macchina con la famosa Lettera 22: due copie con la carta carbone di colore blu. Il tutto rimase sbiadito a riposare per 30 anni ed ora, come in una favola per bambini, la poesia-bella addormentata si è risvegliata e cammina nel mondo dei vivi tra la gente perché anche se il poeta muore… la poesia non muore mai. Ah, dimenticavo di dirvi: Giuseppe Manzini... fra le tante cose... era mio nonno.

Massimo Dal Fior

Prefazione di Dante Maffia

Giorgio Linguaglossa

Ventiquattro tamponamenti

Cianfax amava Crazy e Crazy amava Cianfax. In due erano di troppo. L’uno non sapeva dell’altra nulla di più di quanto non sapesse di sé e l’altra non sapeva dell’altro nulla di più di quanto non sapesse di sé: ovvero, un bel nulla. Così, un bel giorno, Cianfax la vide, in mezzo ai suoi capelli ricci, spettinati e disordinati come la sua esistenza, senza capo né coda, senza inizio né fine, senza finalità, senza progettualità e senza caos. Cianfax la vide e l’abbracciò perché vide in lei il proprio io riflesso. Cianfax amava se stesso e la propria esistenza disordinata e, nel suo progetto esistenziale, credeva fermamente che le grandi costruzioni erano quelle che facciamo per gabbare il nulla...


pp. 96 - 5,00 EURO

Giorgio Linguaglossa, è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Si è laureato in Lettere e Filosofia alla “Sapienza” di Roma. Dal 1980 è direttore di Istituto Penitenziario, esperienza intensa e contraddittoria. Critico militante anticonformista e brillante, ha elaborato un concetto di poesia e dell’arte in generale, quale momento insostituibile della condizione umana. Per quanto riguarda la poesia, nel 1992 pubblica Uccelli e, nel 2000, Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e, in collaborazione, alcune poesie di Czeslaw Milosz. Nel 1993 ha fondato il Quadrimestrale di Letteratura “Poiesis”, che attualmente dirige con Dante Maffìa e Luigi Reina.

Che un poeta colto e raffinato, critico militante acuto e dissacrante come Giorgio Linguaglossa abbia scritto un romanzo erotico, più precisamente picaresco erotico, non deve affatto meravigliare, è l’altro lato della medaglia, l’altro lato della sua perenne voglia di trasgressione delle stantie paratie del conformismo delle scritture narrative che oggi sono sul mercato. Del resto, i precedenti sono noti ed illustri, uno per tutti: i romanzi erotici di un poeta come Guillaume Apollinaire...

Dante Maffia

Prefazione di Antonio Seracini

Marco Ongaro

Il cuoco fellone

Che cos’è questo sapore?
È la lepre d’ogni giorno
Col suo ottimo contorno
Che ravviva il pentolone

Ma che grande squisitezza
La cucina d’un provetto
Per il gusto e per l’olfatto
Ma che gran raffinatezza


pp. 108 - 5,00 EURO

Marco Ongaro nasce a Verona il 26 luglio 1956. Inizia la sua attività artistica come cantautore, pubblicando nel 1987 l’album AI, che gli vale la Targa Tenco per la migliore Opera Prima, cui seguono nel 1990 l’LP Sono bello dentro (Rossodisera/BMG) e nel 1995 il CD Certi sogni non si avverano (Rossodisera/SonyMusic).

Il cuoco fellone di Marco Ongaro è un’opera buffa in due atti davvero graziosa. Questo signor Ongaro cantautorscrittore (e pure poeta... ricordiamoci del libro di poesie Visto e considerato, creato insieme a Massimo Rubulotta) per i suoi simpatici personaggi predilige le quartine rimate (ABBA) e il ritmo veloce del verso metastasiano, ama, da espertissimo autore di bellissime canzoni, i ritornelli in funzione rafforzativa, e inoltre i cori dal gusto leggermente ironico. A me sembra che tutto giri intorno a Giustina, la cameriera, giovane donna desiderosa di aprirsi all’esperienza dolcissima dell’amore, ma quello vero, fatto di sentimento e delicatissimi gesti, anche timidi, se si vuole, ma sinceri e dettati dal cuore. Il luogo degli eventi è un ristorante, necessariamente costituito da cucina e sala, e da chi vi lavora dentro. Oltre la già nominata Giustina, ci sono altri personaggi, buoni e cattivi: Nuccio il capo cuoco, appunto colui che presto si rivelerà il disonesto, l’imbroglione, il crudele, l’assassino reale dei gatti cucinati e fatti passare per lepri e conigli; Yang l’aiuto cuoco, l’immigrato cinese, timido, riservato e segretamente innamorato di Giustina...

Antonio Seracini

Copertina di Anna Moser

Antonio Seracini

Attimi di un amore

Tieni le tue mani nelle mie
e parlami dei fantasmi dell'infanzia
che stavano nascosti dietro i vuoti
delle cigolose porte.

Scaldati le unghie nel mio sangue
che ora corre,
scaldati adesso, che fra pochi giorni
più non correrà,
e sulla mia pelle liscia
lunghe strisce d'ombra venendo
annunceranno agli occhi dei passanti
che più vicino sono
dove il cuore si fa per sempre muto.

È corto il nostro filo di vita, lo sai,
e non sappiamo in quale istante è rotto,
e perciò, respiro del mio respiro,
leghiamoci strettissimi con forza che non stanca,
finché ci resta tempo.


pp. 113 - 5,00 EURO

Antonio Seracini è nato il 17 febbraio 1953 ad Antonimina (Reggio Calabria). Dal 1973 vive a Verona dove si è laureato in Materie Letterarie. Insegna geografia economica. Ha già dato alle stampe le seguenti opere di poesia: 38 appassiti petali di garofano rosso, Bonaccorso & C., Verona 1975; Attimi di un amore, Bonaccorso & C., Verona 1976; L’orto del poeta, Bonaccorso & C., Verona 1977; Zero, Bonaccorso & C., Verona 1978; Frattura, Bonaccorso & C., Verona 1980; Godere della vita, Bonaccorso & C., Verona 1984; Alessio e Karina, Edizioni Bresciane, Brescia 1986; Vento greco, Bonaccorso & C., Verona, 1992; Attimi di un amore – IIa edizione, Bonaccorso Editore, Verona 2005. Ha inoltre pubblicato quattro libri di narrativa: Il taccuino di Alvise (racconto), Bonaccorso & C., Verona 1982; La bambolina e le virgole (racconti), Anabasi, Verona 1990; Il peccato (racconti), Serarcangeli Editore, Roma 1993; e infine Camera libertina (romanzo), Serarcangeli Editore, Roma 1997.

“…L’arte non è una malattia, dunque; e non nasce solo dalla malattia…
…Come la malattia, l’arte è rischio di morte, rinuncia. Ma distrugge la realtà per rilevarne un senso vissuto più autentico: nega una certa realtà, ma per prospettarne una più autentica.”

Gabriele Scaramuzza

Prefazione di Pierluigi Ligas

Gérard de Nerval

Le chimere e altri sonetti

Dafne, conosci quella romanza antica
ai piedi del sicomoro... o sotto i lauri bianchi
sotto l’olivo, il mirto o il salice piangente
la canzone d’amore che sempre ricomincia?

Il Tempio riconosci dal peristilio immenso,
e gli acidi limoni con l’impronta dei tuoi denti
e la grotta funesta per gli ospiti imprudenti
dove del vinto drago dorme l’antica semenza?


pp. 96 - 5,00 EURO

Walter Nesti è nato nel 1933, a Poggio alla Malva, in quel di Firenze, dove risiede. Ha lavorato per alcuni anni nel Lussemburgo in un’agenzia di stampa specializzata in notizie politico-economiche ed è stato per molti anni funzionario responsabile dell’Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni di una struttura sanitaria. Ha collaborato e collabora a quotidiani e riviste. Fondatore e direttore della rivista Pietraserena. Si occupa di ricerca storica locale e traduce dal francese.

I sonetti della raccolta Les Chimères meritano di figurare tra i più belli della lingua francese, ma anche tra i più oscuri, ermetici. Infatti, se essi si impongono per fascino e musicalità, è sovente arduo attribuire loro un significato plausibile. Arduo ma non impossibile, a condizione però che si analizzi compiutamente l’originale francese e che si tenga ben presente il fatto che Nerval – tra i creatori del moderno linguaggio poetico e anticipatore del simbolismo e del surrealismo – era ottimo conoscitore dell’occulto, di dottrine e riti iniziatici, sempre alla ricerca di una sorta di sincretismo religioso anche attraverso personali esperienze in seno alla massoneria.

Pierluigi Ligas

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